Generazioni a confronto nell’era digitale
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Giovani e adulti nell’era digitale

Negli ultimi anni si è assistito ad un processo di digitalizzazione massivo che ha coinvolto in modo più o meno omogeneo tutti i campi, da quello economico a quello cinematografico fino ad arrivare al campo sociale, dove l’avvento di Internet prima, e dei social media poi, ha modificato gran parte dei processi che coinvolgono la società. Viviamo di fatto in un mondo iperconnesso, fatto di social network e app di instant messaging, dove il concetto di privacy risulta obsoleto e dove è facile incappare in situazioni sgradevoli, sopratutto per i più giovani, alle prese con cyberbullismo, sexting e molto altro. Bambini e adolescenti, che più avanti chiameremo nativi digitali, si trovano fin dalla nascita catapultati in questo mondo digitale, con il compito di imparare, praticamente da soli, a viverci e a comprenderne gli usi e le regole. I nativi digitali devono quindi sviluppare un set di conoscenze e competenze digitali senza poter contare, in buona parte dei casi, sull’aiuto di un adulto competente. Gli adulti infatti, dal proprio canto, sono chiamati a fare lo stesso, a sviluppare cioè una propria cultura digitale per poter guidare i propri figli su questa strada; un compito non certo facile data l’età avanzata in cui gli adulti entrano in contatto pieno con le tecnologie digitali e la relativa capacità limitata di apprendere nuove conoscenze.

Vediamo ora il contesto in cui si muovono e interagiscono tra loro giovani e adulti.

Evoluzione del digitale: Dal Web 1.0 al Web 2.0

Il passaggio dal Web 1.0 al Web 2.0 ha portato, di fatto, una serie di cambiamenti senza precedenti, che riguardano la condivisione delle informazioni e le interazioni tra individui.

Il termine Web 2.0 probabilmente sarà sconosciuto ai più, eppure, ci siamo dentro in questo preciso istante…tutti noi. È stato O’Reilly (2005) a proporre per primo il termine “Web 2.0”, con il quale intendeva sottolineare un cambiamento significativo rispetto al suo predecessore, il “Web 1.0”. Il Web 2.0 risulta infatti particolarmente innovativo grazie al suo forte carattere sociale, informale e soprattutto perché offre la possibilità ai propri utenti di condividere il materiale prodotto da loro stessi. Questo processo di creazione e condivisione autonoma di dati è centrale nel Web 2.0 e viene chiamato User Generated Content (Krumm, Davies, Narayanaswami, 2008 – Link). Lo User Generated Content segna una netta spaccatura rispetto alla versione precedente, il Web 1.0, dove le informazioni erano ancora create e diffuse da “pochi” esperti della rete, che mettevano il proprio sapere a disposizione della massa di utenti.

Con il Web 2.0 assistiamo a un sostanziale cambio di paradigma. I dati non sono più confinati all’interno di un sistema lineare di funzionamento unidirezionale da “A” a “B”, nel quale il primo sta per un numero relativamente basso e selezionato di utenti che generano o forniscono informazioni e il secondo sta per il singolo utente che fruisce passivamente dei dati forniti. Con il Web 2.0 il modello di comunicazione passa quindi da “uno-a-molti” a un modello “molti-a-molti”.

Dal 2.0 al 3.0

Dopo il Web 2.0 e i social network, che ci hanno resi iperconnessi gli uni con gli altri, non ci è voluto molto per arrivare al Web 3.0. Con quest’ultimo assistiamo a un ulteriore salto tecnologico, grazie ai sistemi di intelligenza artificiale e machine learning che ci permettono di interagire con il digitale quasi come se avessimo davanti una persona.

Come abbiamo visto, il digitale è in continuo divenire e tenere il passo può risultare assai complicato, soprattutto per chi il digitale lo ha sperimentato solo in tarda età. Con l’evoluzione del Web e dei social media e delle dinamiche ad essi connesse, si è creata una sorta di spaccatura intergenerazionale che ha dato vita a due gruppi di fruitori del digitale: i nativi digitali e gli immigrati digitali.

Nativi digitali

I nativi digitali sono nati tra gli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, essi hanno fin da subito interagito e familiarizzato con le tecnologie digitali, come i PC, in un primo momento e in un secondo momento con smartphone e tablet, tanto da diventare una sorta di estensioni del proprio essere. Sono adolescenti e giovani adulti sempre connessi e sempre pronti a condividere gli aspetti, anche privati, della loro vita con i propri amici di facebook e con i propri followers. All’interno di questo gruppo è presente il sottogruppo dei nativi digitali “puri”, cioè bambini tra 0 e 12 anni che, per dare un esempio di simbiosi e familiarità con la tecnologia, apprendono come utilizzare un tablet prima di imparare a leggere e a scrivere.

Immigrati digitali

Gli immigrati digitali, come suggerisce il termine, sono individui nati nell’era analogica e che hanno conosciuto le tecnologie digitali solo in età adulta. Gli immigrati digitali sono considerati comunque competenti quando si tratta di tecnologie. Anche all’interno di questo gruppo possiamo circoscrivere il sottogruppo dei tardivi digitali (Paola Cinti). Questi sono coetanei degli immigrati digitali ma a differenza di questi, guardano alle tecnologie digitali con diffidenza e le utilizzano in modo errato o comunque limitato rispetto alle possibilità offerte dal digitale.

Saggezza digitale

Esiste però una caratteristica che non tiene conto dell’appartenenza ad un gruppo, stiamo parlando di quella che Prensky definisce Saggezza Digitale.

Secondo l’autore la saggezza digitale può appartenere sia a un nativo che a un immigrato digitale. Per essere considerato un saggio digitale non basta però conoscere e saper utilizzare le tecnologie digitali. Il saggio digitale “manipola” le tecnologie digitali per trarne beneficio e trasmettere ad altri utenti le proprie conoscenze o, per essere precisi, la propria saggezza.

Conclusioni

Per i nativi digitali, che si approcciano da soli alle nuove tecnologie, è necessaria una guida, un educatore che li prepari e li conduca verso un utilizzo più saggio del digitale.
Per questo compito non sono necessarie conoscenze approfondite delle tecnologie, bisogna sempre tenere a mente che dietro lo schermo di un pc o di uno smartphone è sempre presente una persona in carne ed ossa e che quindi valgono le stesse regole, gli stessi usi della vita “reale”.

 

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